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Territorio Museo Archeologico Dorgali

 
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Il territorio di Dorgali, localizzato nella Sardegna centro-orientale ed esteso per 225 kmq, presenta caratteristiche paesaggistiche e ambientali, legate a particolari aspetti litologici e geomorfologici, tali da renderlo interessante anche al visitatore più esigente.

«Tutto annunzia in questo luogo un gran lavorio della natura, di modo che si può affermare, che questa contrada è interessantissima per il geologo» così scriveva A. Della Marmora nel 1860 nella descrizione di Dorgali contenuta nel suo Itinerario dell’isola di Sardegna, parole che riecheggiano in quelle di A. Taramelli nell’introduzione al suo lavoro Dorgali (Nuoro). Esplorazioni archeologiche nel territorio del Comune, edito nel 1933: «Debbo segnalare agli studiosi il grandissimo interesse che ha Dorgali; la bellezza del territorio dalle montagne dolomitiche superbe, dalle foreste incantevoli, dai golfi pieni di incantevole azzurro, di misteriose grotte sottomarine, di antri dove sfilano in processione di ceri le stalattiti più sorprendenti…»

La presenza dell’uomo nel dorgalese è stata favorita fin dalla remota preistoria dalla felice posizione di questo territorio, proteso tra le montagne e il mare, fattore che in parte spiega il numero di oltre 400 siti archeologici rilevati in questa area.

È sulla costa di Dorgali, nel primordiale tratto tra la grotta del Bue Marino e Cala Luna, che lo studioso A.C. Blanc nel 1955 segnalò nella grotta di Ziu Santoru le prime attestazioni del Paleolitico in Sardegna, confermate nei primi anni ‘80 da altre importanti scoperte nell’isola. Con l’arrivo delle prime comunità neolitiche il territorio appare abitato stabilmente senza soluzione di continuità; al Neolitico Recente (3800-2900 a.C.) sono attribuibili le numerose asce di pietra levigata rinvenute nel territorio e le 55 domus de janas (‘case delle fate’) distribuite in tutta la regione. Si tratta di tombe ipogeiche, perlopiù dotate di un unico ambiente, scavate nella maggior parte dei casi nel basalto e più raramente nel granito o nel calcare; sono posizionate su pareti dominanti, come la domus di Pirischè, oppure sono scavate su massi isolati, come nel caso della domus di Isportana: entrambe si possono ammirare nell’immediata periferia del moderno abitato di Dorgali.

Al Neolitico Recente e all’Eneolitico (2900-2000 a.C.) risalgono i numerosi menhirs e dolmens, localizzati perlopiù nell’altopiano basaltico a nord del paese; tra i dolmens si segnala quello di Motorra che, tra l’altro, ha restituito materiali attribuibili alla Cultura di Ozieri e alla Corrente del Vaso Campaniforme. Ancora al Neo-Eneolitico risalgono le figurazioni antropomorfe e le simbologie solari incise su una parete all’ingresso della grotta del Bue Marino, raffiguranti una ipotetica scena di danza. All’Eneolitico risalgono gli altorilievi di Sa Icu, costituiti da 57 figure geometriche scolpite nella roccia affiorante, rappresentanti, forse, edifici sacri coevi.

Nel corso dell’età nuragica (XVI-VI sec. a.C.) si assiste ad una autentica esplosione demografica nel territorio di Dorgali: a questa fase si attribuiscono infatti più di 200 siti, tra i quali si enumerano 45 nuraghi, un centinaio di abitati e una quarantina delle cosiddette tombe di giganti, i luoghi di sepoltura privilegiata dell’età nuragica. Tra i villaggi si ricorda in particolare quello di Serra Orrios, aperto al pubblico, che rappresenta uno degli abitati nuragici più noti e visitati in Sardegna, dove è possibile osservare da vicino e in buono stato di conservazione l’edilizia civile e cultuale dell’età nuragica. Il villaggio è costituito da un centinaio di ambienti, perlopiù capanne con vani sussidiari e ambienti per custodire gli animali, e da due tempietti a megaron, tipici edifici di culto a pianta rettangolare dotati di ante ottenute dal prolungamento dei lati lunghi rispetto a quelli brevi. Le capanne, costruite con uno zoccolo a filari di pietre e, in origine, coperte con un tetto di frasche, presentano piante prevalentemente circolari e sembrano disporsi a formare isolati dotati di cortile centrale e pozzo; in alcuni casi, nello spessore dei muri delle capanne sono state ricavate delle nicchie, armadi o semplici ripostigli, adatte a custodire oggetti di vario genere. I pavimenti sono realizzati con lastre di pietra, con acciottolati o con un semplice battuto. Come in altri villaggi nuragici, si faceva largo uso dell’argilla locale e, probabilmente, del sughero, come impermeabilizzanti delle strutture e dei pavimenti. Al centro delle capanne e in prossimità dell’ingresso era ricavato, in genere, il focolare, semplice incavo nel pavimento di forma circolare delimitato con pietre. Una capanna isolata (capanna 49) presenta caratteristiche tali (pianta curvilinea con parete interna provvista di bancone-sedile e prospetto preceduto da vestibolo, tipologia costruttiva) da fare ipotizzare una destinazione pubblica o sacra del vano. I due tempietti a megaron sono entrambi doppiamente in antis, presentano la cella marginata da un bancone-sedile e sono dotati di recinto. Si ritiene che la tipologia architettonica dei tempietti a megara, probabilmente dedicati al culto delle acque, risenta di influenze extrainsulari e sia forse ispirata all’architettura micenea. I materiali rinvenuti a Serra Orrios consentono di ipotizzare una lunga fase di vita del villaggio, iniziata nel corso del Bronzo Medio (XVI-XIV sec. a.C.) e terminata nell’ambito dell’età del Ferro (IX-VI sec. a.C.).

Da Serra Orrios è peraltro possibile raggiungere altri interessanti siti ubicati a breve distanza, tra cui si segnalano il nuraghe Oveni, il nuraghe Purgatoriu, le tombe di giganti di Biristeddi, i già citati altorilievi di Sa Icu e le domus de janas di Lottoniddo.

Pochissimi ritrovamenti e scarsi indizi consentono, al momento, di riconoscere una presenza fenicio-punica nel territorio di Dorgali; di fattura punica sembrerebbe almeno una parte dei numerosi vaghi di collana in pasta vitrea, quelli ‘ad occhi’ e quelli ‘a tubetto affusolato’, rinvenuti nella grotta di Ispinigoli, famosa per avere al suo interno una eccezionale stalattite-stalagmite alta 38 m; altri materiali rinvenuti nella grotta sono invece attribuibili al periodo nuragico e all’età romana.

La civiltà nuragica si estinse, al più tardi, nel corso del VI sec. a.C.; molti abitati nuragici conobbero tuttavia un’altra lunga fase di vita nel corso dell’epoca romana: negli stessi luoghi, alle capanne nuragiche si sostituirono strutture e ambienti tipici dell’età romana, ma spesso la tradizione protostorica sarda sopravvisse e si continuò a costruire, nel dorgalese come altrove in Sardegna, edifici con muri realizzati con pietre messe in opera con una semplice malta di fango coperti però con tetti alla romana dotati di tegole ed embrici.

La romanizzazione del territorio di Dorgali iniziò precocemente in seguito alla costituzione della provincia Sardinia et Corsica (227 a.C.); in effetti Dorgali racchiuso, rispettivamente a nord e a sud, tra le regioni della Baronia e dell’Ogliastra, rappresenta l’unico comune della Barbagia, l’antica Barbaria romana, a diretto contatto con il Mare Tirreno, ovvero con il litorale di più antica colonizzazione italica. Uno dei siti in cui si può cogliere l’inizio del processo di integrazione tra la cultura dei Romani e quella indigena è certamente quello di Tiscali, luogo mitico per tutti i Sardi, emblema di una Sardegna arcaica e resistenziale. L’insediamento si trova in un punto assai suggestivo posizionato sulla sommità del Monte Tiscali, all’interno di una dolina originatasi in seguito al crollo della volta di una grotta; è costituito da un centinaio di ambienti e vani sussidiari costruiti a nord e a sud-ovest del crollo formatosi all’interno della dolina, sfruttando la conformazione della roccia. Il sito fu visitato nel 1910 dallo storico E. Pais e nel 1927 dall’archeologo A. Taramelli: entrambi lo interpretarono come rifugio dei Sardi nei secoli della conquista romana della Sardegna. La moderna ricerca storico-archeologica ha chiarito che i Sardi in questione non possono essere assimilati alle comunità nuragiche poiché, quando la Sardegna fu annessa all’amministrazione di Roma (238 a.C.), la civiltà nuragica era ormai estinta da qualche secolo e la Barbagia era abitata da popoli non urbanizzati, lecivitates Barbariae, le comunità della Barbaria, note da fonti storiche ed epigrafiche. Recenti indagini archeologiche nel sito hanno consentito il recupero di materiali di età nuragica, databili dal Bronzo Medio (XVI-XIV sec. a.C.) all’età del Ferro (IX-VI sec. a.C.), e di età romana, costituiti da frammenti di anfore prodotte nell’Italia centrale tirrenica (150-50 a.C.). In effetti le strutture a vista di Tiscali, già antico centro nuragico e forse prenuragico, presentano una tecnica costruttiva non tipicamente nuragica e potrebbero appartenere a un contesto successivo relativo una comunità indigena aperta ai traffici commerciali con la penisola italica, come dimostra il rinvenimento delle anfore: si tratterebbe pertanto dell’unico abitato noto attribuibile alle civitates Barbarie. È interessante ricordare le testimonianze di Diodoro, Strabone, Pausania e Zonara che attribuiscono ai Sardi abitazioni in spelonche e in caverne dislocate negli impenetrabili monti della Barbagia; a questo proposito, un passo di Zonara, riferito ai Sardi che abitavano nel territorio barbaricino, appare molto significativo: «…la maggior parte di questi [Sardi] si mantenevano nascosti entro spelonche situate in ambienti ricoperti di vegetazione e pertanto difficili da scovare…».

In generale l’epoca romana è attestata da numerosi siti dove si segnalano rinvenimenti di manufatti e di strutture murarie. All’età repubblicana e augustea appartengono i ritrovamenti di ceramica a vernice nera, di sigillata (ceramica fine da mensa) italica, di anfore vinarie di produzione tirrenica, tra cui le Dressel 1 e le Dressel 2-4, assai ben documentati in questa regione.

Tra i rinvenimenti più antichi si segnala il ritrovamento nell’esedra della tomba di giganti di Thomes di un frammento di parete di olpe con iscrizione latina riconducibile a contesti del IV-III sec. a.C. Si segnala inoltre il ritrovamento a Cala Cartoe di un lingotto di piombo con bollo LPLAANI·L·F RVSSINI, relativo alla produzione di lingotti della famiglia dei Planii, industriali attivi a Carthago Nova, l’odierna Cartagena in Spagna, tra la fine del II sec. e il I sec. a.C. Assai più numerosi i ritrovamenti di materiali di età imperiale; tra il materiale ceramico si segnala l’abbondante attestazione di sigillate e di anfore di produzione africana. Numerosissime monete sono state rinvenute in questo territorio e mostrano una presenza romana ininterrotta dalla più antica fase repubblicana (asse con testa di Giano e prua, databile al 217 a.C.) all’età imperiale e tardoantica (emissioni di Druso, Vespasiano, Filippo I, Gordiano, Diocleziano, Costantino I, Valentiniano II etc.). Dal territorio di Dorgali proviene un cosiddetto diploma militare rilasciato a Tunila,soldato ausiliario che ha militato nella II Coorte dei Liguri e dei Corsi prima di raggiungere il congedo, concessogli dall’imperatore Nerva nel 96 d.C., e rientrare nel luogo di origine, evidentemente localizzato in uno dei centri romani individuati nel territorio di Dorgali.

La ricerca archeologica ha finora permesso di individuare con certezza oltre un centinaio di siti di età romana: si tratta perlopiù di insediamenti di medie e grandi dimensioni, forse interpretabili come vici, legati allo sfruttamento agricolo e pastorale del territorio e dediti allo scambio e al commercio di derrate alimentari. Non a caso gli insediamenti si distribuiscono prevalentemente in prossimità della strada romana (Iter a Portu Tibulas Karalis) che si sviluppava lungo la costa orientale della Sardegna. Altri siti sono stati individuati presso le diramazioni trasversali dirette verso l’interno, in direzione della valle di Isalle e verso la Barbagia interna. Alcuni grandi insediamenti, come quello sviluppatosi presso il nuraghe Mannu o presso il nuraghe Arvu, sorsero invece in prossimità del tratto costiero. In generale, i materiali osservabili in superficie nei vari siti, frammenti di tegole, di embrici, di ceramiche comuni, di ceramiche fini da mensa e anfore, afferiscono prevalentemente a contesti della media e tarda età imperiale, momento in cui gran parte del territorio di Dorgali è ormai completamente romanizzato. È possibile che tra i siti individuati finora si debba riconoscere la stazione di Viniolae documentata unicamente nel noto Itinerario di Antonino, la cui prima redazione risale al tempo dell’imperatore Caracalla, prontuario per viaggiatori che forniva indicazioni precise sulle stazioni e sulle distanze presenti lungo determinati tragitti.

Uno dei fenomeni più vistosi, di cui si è già fatto cenno, legato alla romanizzazione di questo territorio è costituito dal riutilizzo dei monumenti preistorici, situazione peraltro assai diffusa in Sardegna, soprattutto dei villaggi nuragici, dei nuraghi e delle tombe di giganti. Un caso emblematico è rappresentato dal sito, assai suggestivo e panoramico, di nuraghe Mannu, facilmente raggiungibile da Cala Gonone; il complesso, localizzato sopra Cala Fuili in una eccezionale posizione dominante (200 m s.l.m.) adatta al controllo del distretto costiero sottostante, comprende un nuraghe semplice, costruito nel corso del Bronzo Medio (XVI-XIV sec. a.C.), e un villaggio del quale non sono ancora note le caratteristiche; recenti indagini archeologiche hanno inoltre permesso di mettere in luce numerosi edifici destinati ad un uso civile e magazzini attribuibili ad un insediamento romano, in parte sovrapposto a quello nuragico, esteso per oltre due ettari, la cui vitalità, dall’età repubblicana alla tarda età imperiale (II sec. a.C. -VI sec. d.C.), è legata ai traffici commerciali e alle rotte di cabotaggio che interessavano la costa orientale sarda.

Attualmente l’Amministrazione Comunale di Dorgali gestisce, tramite guide del settore, i siti di nuraghe Mannu, Serra Orrios, Tiscali, le grotte del Bue Marino e di Ispinigoli. I reperti archeologici recuperati nel corso delle indagini archeologiche effettuate in questi siti e nel corso di ricognizioni di superficie realizzate in tutto il territorio dorgalese sono esposti, insieme ad alcune donazione private, nelle vetrine del Museo Archeologico di Dorgali; inaugurato nel 1980, il museo offre al visitatore, attraverso i manufatti, i pannelli didattici e le immagini esposte, una sintetica ma efficace descrizione del vasto patrimonio archeologico di Dorgali e fornisce numerosi spunti di approfondimento per chiunque voglia conoscere meglio l’archeologia del suo territorio.